La Cripta o Chiesa Longobarda

Vi si accede per due scalinate, poste ai lati della scala centrale della chiesa.

Subito un’armonica e suggestiva alternanza di colonne con archi e volte a crociera sorprende l’occhio del visitatore. Oggi, risulta ancora più valorizzata dalla nuova illuminazione della ditta Targetti di Firenze, realizzata in occasione del Grande Giubileo del 2000.

Un capolavoro di architettura quanto mai raro per l’epoca storica a cui esso risale. Il suo fascino è ancora più misterioso se si pensa alla leggenda, già ricordata negli affreschi del Nasini nella cappella del SS.mo Salvatore. La leggenda narra della visione avuta da Rachis, re dei Longobardi, in questo luogo durante una partita di caccia. Sulla cima di un abete gli sarebbe apparso il Salvatore che destò nell’animo del re un ardore religioso tale da indurlo a costruire qui un’abbazia benedettina, forse nel 745, e poi a ritirarsi nel monastero  di Montecassino fino al 756 quando, in seguito alla morte del fratello Astolfo, torna a Pavia, acclamato Re dei Longobardi. Ma per la mediazione di papa Stefano II, dopo soli tre mesi, rientra a Cassino, dove muore nel 763. Aveva regnato in tutto 4 anni e 9 mesi (dai Duchi Longobardi del foro Giulio, di E. Stolfa, pagg. 31-49-50-53 e pag. genealogica).

Mons. R. Volpini afferma invece che il friulano Erfone, col fratello Marco ed altri pii religiosi benedettini neri, edificarono l’antico Monastero e costruirono questa basilica, detta anche "Chiesa delle Colonne" e più recentemente “Ossaia". Da una pergamena dell’anno 770 si ha notizia che Erfone è morto e seppellito "in ecclesia Sancti Salvatoris in Amiata, quam bona memoria Erfo Abbas a fundamentis aedificavit”. Per quanto riguarda la data della fondazione, Girolamo Gigli nel suo "Diario Senese" (Milano, 1854) scrive: "In questo giorno 15 maggio dell`anno 742 Rachis, re dei Longobardi, attesa la celebre visione che Dio mostrolli sull’Amiata, donò ad Erfone, abate benedettino, il luogo dove si trova l’Abbazia e vi fece il Monastero con dotarlo delle rendite di un vasto territorio”.

E il Lazzareschi: "La grande badia benedettina, fulcro di potenza spirituale e terrena... la voce più antica della storia dell’Amiata si confonde là con l’eco ripetuta dalla leggenda affrescata da quei Nasini che con Giuseppe di Francesco non tremarono di fronte alla tremenda fatica di rappresentare i Novissimi... Ebbero nel convento opifici per cardare, filare, tessere la lana; officine per la lavorazione del legno, del ferro, primo metallo tratto dalle viscere del monte. A queste industrie manuali seppero unire l’assistenza e la cura degli infermi, l’ospitalità dei pellegrini, la protezione degli orfani, mentre nella scuola avviarono i migliori all’esercizio delle professioni liberali e del culto, coltivando essi stessi lo studio delle lettere tramandandole allo ‘scriptorium’ fino a noi con copia degli antichi codici della salvata cultura romana e cristiana... il fondatore del celebre cenobio (non fu Rachis) ma un altro signore Longobardo, che abbracciò la fede col fervore entusiasta del neofita: Erfo del Friuli, che dopo aver fondato e dotato alcuni monasteri della sua terra, passò in Tusciae partibus, forse al seguito di Rachis, non vanamente nominato nella leggenda, e là, presso una deviazione della Cassia (vicino a Callemala?), cioè l’obbligato del transito alla volta di Roma, gettò la nuova pietra miliare della civiltà cristiana".

 

(E. Lazzareschi, David Lazzaretti, Brescia 1945)